piazze e speranze

Ho visto nelle nostre piazze giovani ragazze e ragazzi, bambine e bambini, donne e uomini anziani uniti dalla rivendicazione di una idea di dignità.
Ho visto, in piazze molto diverse dalle nostre, persone morire per una idea e per difenderla.
E mi hanno fatto venire in mente le parole di Sandro Pertini, di cui domani ricorre l’anniversario, perché un po’ di speranza, e di futuro, forse c’è.

“I giovani non hanno bisogno di sermoni, i giovani hanno bisogno di esempi di onestà, di coerenza e di altruismo. È con questo animo quindi, giovani, che mi rivolgo a voi: non armate la vostra mano. Armate il vostro animo”.

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la decadenza

caro Bartleby,
ho molto pensato in questo inizio d’anno, così funestato da pessimi dispacci sul fronte interno ed esterno.
la sensazione è che le mura non siano più adatte a contenere la misura, e che ormai la decadenza sia non solo alle porte, ma radicata fin negli anfratti più remoti delle nostre città, della nostra terra e del nostro tempo. Ho assistito impotente a pubbliche discussioni, in cui i contendenti sulla scena si arrovellavano in accuse sterili, cercando giustificazioni allo scempio morale e civile che ormai ci circonda. Che anzi ci sommerge, perché ci siamo immersi in modo forse irreversibile. La tristezza deriva non tanto dall’osservazione della devastazione in atto, quanto dalla sensazione che la palingenesi sia ahimé lontana. Ho molto pensato anche a questo. E ritengo che l’altro lato della questione sia che per troppo tempo noi detrattori dei comportamenti illeciti e superficiali, noi critici, noi studiosi abbiamo pensato di essere indenni da tutto ciò perché toccati dalla ragione di chi sta dalla parte giusta. Il rammarico che provo, dal chiuso del mio stanzino da cui osservo il mondo esterno, è che da troppo tempo pensiamo che questo basti. I miei compagni di studio mi rimproverano, fuori dai confini della nostra terra, di essere incapace di raccontare e difendere questa idea diversa, questa ragione e di non sapere reagire. Sono persuaso che il loro giudizio sia più acuto del nostro, caro bartleby. Noi abbiamo smesso di fare tutto ciò quando abbiamo pensato che scegliere di avere una idea giusta fosse sufficiente.
Non siamo stati capaci di usare la presunta superiorità che ci anima per farla attecchire e diffonderla, trasfomarla in buone prassi, in esempi fecondi, in fatiche civili.
Noi moriamo dentro, ma in fondo ci va bene così, perché ci basta avere ragione.

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I 90 anni del PCI

La ricca e interessante mostra sui novant’anni del PCI evidenzia, tra le molte altre cose, un aspetto che colpisce particolarmente. Dalla lettura dei documenti si evidenzia la vita poltica dell’Italia nel dopo guerra sino agli anni Ottanta. E’ una poltica caratterizzata da due protagonisti: la DC e il PCI. Della prima non si può non restare colpiti dal carattere “costituzionale” del suo agire politico; del secondo la natura di partito di massa, sempre attento a porre al centro della sua azione i rapporti con la società.
Uscendo dalla mostra sorge spontanea la domanda: “perché tutto questo è scomparso?”.

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Italia

Riceviamo e volentieri pubblichiamo.
Caro Bartleby sui principali quotidiani si legge che Italia potrebbe essere il possibile nome del nuovo partito del centro destra. Ma un partito non dovrebbe rappresentare una “parte” dello spazio politico, un’associazione più o meno grande di cittadini a cui si contrappongono altre associazioni e non la rappresentanza unica di un’intero paese ? O sarà la presa d’atto della volontà plebiscitaria dei nostri attuali governanti ? O sarà la presa d’atto della complessiva crisi dei meccanismi democratici ?

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I simboli

Caro Maestro, ti racconto questa breve storia e vorrei che un giorno provassi a spiegarmene il significato. Ho trascorso l’infanzia in una piccola città. Mia madre e mio padre, ad un certo punto della loro storia, avevano deciso di trasferirsi lì e cercare una casa dove vivere. Mia madre spinse mio padre ad acquistare una vecchia casa, un po’ abbandonata, nel centro storico. Era grande, con un bel giardino e piena di fascino. Erano anni che che era in vendita e nessuno la comprava. In quegli anni il centro storico di quella lontana città era trascurato, un po’ buio e pericoloso (così lo immaginava un bambino che aveva tutti gli amici e i compagni di scuola che abitavano i palazzi della città nuova…). Al liceo quella casa un po’ restaurata divenne il simbolo delle accuse “politiche” al mio impegno studentesco. Da una parte i “fascisti” riempievano di scritte le mura di cinta rimproverandomi un’appartenenza ebraica, dall’altra i “comunisti” mi accusavano di abitare in una casa così bella e così grande.
Questi ricordi mi sono affiorati per la prima volta guardando il film Allonsanfan dei fratelli Taviani, dove i “rivoluzionari” rimproveravano al compagno “borghese” i simboli di appartenenza ad una determinata classe sociale.

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Rivolta

Sul muro di una scuola leggo questa scritta: “E’ solo l’antipasto. Caos e tempeste di fuoco. L’avete voluto voi !”. E di seguito il simbolo dell’anarchia.

Ieri sera ho visto una parte di Anno Zero e ho ascoltato un ministro che offendeva un giovane studente dicendogli che era vigliacco, ignorante e che doveva stare zitto. E ho ascoltato gli studenti che cercavano vanamente di fare capire la loro disperazione – disperato, recita il vocabolario della lingua italiana, è colui che non ha più speranza in qualche cosa, che è mosso nei suoi atti da disperazione.

Diperati sono questi ragazzi che non hanno futuro. Disperati sono i loro sogni che non sono a colori, ma a tinte scure. Disperato è il loro cammino verso l’università che non sa accoglierli e formarli, ma li prepara in maniera sciatta a un domani senza prospettive. Disperata è la loro richiesta di essere ascoltati da chi non ha pazienza e capacità di farlo. Disperata è la loro voglia di essere uomini e non ombre in una società che li ignora. Disperata è la loro voglia di esserci, di lasciare una traccia nella storia. Disperato è il loro modo gioioso di ballare, di partecipare ad un concerto di musica dover poter sfogare la rabbia che hanno dentro. Disperata è la loro sfiducia di poter ottenere con le buone qualcosa che risponda ai loro bisogni. Disperato è il loro bisogno di sentirsi rappresentati. Disperata è la loro richiesta di futuro. Disperata è la loro voglia di scrivere sui social network, unico luogo dove possono ritrovarsi e discutere. Disperata è la loro consapevolezza che non potranno mai acquistare una casa. Disperata è la paura di non poter avere una famiglia. Disperato è il sogno infranto di fare un viaggio con gli amici. Disperata è la loro scelta geniale di occupare i monumenti e far capire che a volte la bellezza non è sufficiente. Disperata è la loro guerra tra poveri. Disperata è la loro fuga verso altri paesi. Disperato è il loro desiderio di essere protagonisti della propria storia. Disperata è la loro speranza di cambiare questo mondo.

Disperata è la loro richiesta più semplice: avere diritto ad essere felici. Per questo sarò sempre dalla loro parte.

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Pazienza

Mio caro maestro le tue parole sono sempre suadenti e per me di stimolo alla riflessione. Mi chiedo a volte perché tanti anni fa prendesti la decisione di interrompere il tuo magistero per decidere di inziare un lungo viaggio, lontano dal tuo paese. Per me è stata una fortuna inaspettata conoscerti e il caso mi ha permesso di ascoltare i tuoi insegnamenti.

Caro Candide è una storia lunga e credo ti annoieresti ad ascoltarla.

Vorrei solo dirti che la decisione fu presa quando mi accorsi che il mondo che avevo conosciuto, che con tanta passione avevo imparato a decifrare sui testi dei “giganti” , mi appariva indecifrabile. Era un mondo pieno di aggressione, molto “maschile”, dove la memoria e la pazienza rischiavano di scomparire o appartenere solo agli anziani.

Decisi di andare via e lasciare la mia scuola alle mie giovani allieve. Solo donne. Presi questa ultima decisione pochi giorni prima di partire. Nessuno si aspettava questa scelta, soprattutto perché in molti si ritenevano l’erede designato. Ma decisi così perché non avrei voluto che i miei discepoli si azzuffasero, si offendessero a vicenda per chi avrebbe dovuto succedermi, per chi si sarebbe dovuto porre alla guida del nostro cenacolo. Pensai che la cosa giusta da fare era lasciare quei pochi insegnamenti che avevo con fatica raccolto alle giovani allieve che in quegli ultimi anni mi avevano seguito con pazienza.

Riconoscevo in quella loro pazienza una forma di lontananza dalle lotte di “potere”, un senso di distacco dalle cose terrene che pensavo fosse il segno più importante (uno dei pochi) che avrei voluto lasciare. Un giorno saprò se quella scelta fu giusta; in quel momento mi sembrava l’unica che avrei potuto adottare, l’unica speranza per un mondo che volevo abbandonare.

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Bologna

Non dimenticare mio caro Candide che il trionfo del partito guelfo nel secolo XIII fu dovuto all’incapacità dei ghibellini di capire quello che stava accadendo.

Dopo che le lotte furibonde tra guelfi e ghibellini, tra Lambertazzi e Geremei avevano visto l’affermazione del partito democratico e la libertà del comune dalla subordinazione al potere papale, erano iniziate trattative segrete tra le fazioni più autonome e indipendenti del mondo laico e la parte più politicizzata del mondo cattolico.

Il risultato fu la sconfitta del partito democratico e la consegna della città al partito guelfo.

In quella situazione i ghibellini non solo non capirono quello che stava accedendo all’interno della città, ma si dimostrarono immobili e incapaci di contrastare l’avanzata dei guelfi. Apparivano storditi, con una classe di governo stanca e decadente, una sorta di oligarchia che difendeva i propri privilegi.

Ci sarebbero voluti secoli prima che la città riconquistasse la sua libertà, una vera indipendenza, e lo “studio” tornasse a essere uno dei più famosi d’Europa.

Attento Candide, perché a volte la storia si ripete.

 

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Primarie e candidati

Ricevo questo messaggio da un amico, e lo pubblico con piacere:

“Caro Bartleby, è successo di nuovo.
Come in Puglia, mesi fa, con Boccia, così ora a Milano, con Boeri, il PD ha caparbiamente sostenuto un candidato evidentemente lontano dal cuore dei cittadini che si riconoscono e identificano con valori di sinistra.
Più lontano, o un po’ più lontano, ma il tanto che basta per segnare un rubicone di intenti che dovrebbero suonare come una grancassa nelle orecchie della dirigenza. Perché, diciamolo, non tutto il PD si è schierato a sostegno di Boeri. La rete pullulava di video e messaggi a sostegno delle primarie, come strumento di scelta democratica, ma anche a sostegno di Pisapia.

Perché il PD sbaglia sonoramente i candidati da appoggiare? perché il PD non sa intepretare le istanze dei suoi elettori? Perché il PD si ostina ottusamente a perseguire una linea che marca in modo sempre più netto il discrimine tra la comprensione e l’interpretazione delle istanze del proprio elettorato e l’incapacità a farlo?

Io non so se Vendola o Pisapia o Renzi siano meglio o peggio di Boccia, Boeri, Pistelli o Ventura o Lastri…
quello che so, che intercetto – e lo faccio meglio di quanto non riesca a fare la dirigenza del PD – è che servono altri linguaggi, altre azioni, altre parole, e forse anche altri errori.
Questo non significa che ciò che rappresenta l’ossatura del PD, le componenti storiche da cui ha preso forma, le persone che l’hanno pensato, voluto, costruito, siano da gettare in pasto al dimenticatoio per inseguire nuovi miti freschi. Ma, per fare un esempio, se mi ostinassi a spiegare a degli studenti un concetto matematico, fisico, filosofico sempre nello stesso modo, e tutti loro prendessero – tutti e sempre – solo una insufficienza… oltre a pensare che ormai gli allievi sono ingauribilmente ignoranti senza speranza, potrei escludere, in coscienza, il fatto di dover ripensare magari il metodo, gli strumenti, il modo di comunicare e insegnare?

E’ l’atteggiamento che deve mutare. Il PD ha creato una casa comune che sembrava impensabile fino a qualche anno fa. Bene. Però adesso deve farla vivere, e non può farlo se non si presta ascolto delle istanze dei suoi sostenitori, se non torna a parlare alle persone, se non accetta di confrontarsi al suo interno. Perché questa lotta con chi emerge oggi? Perché chi si affaccia alla politica dopo esperienze amministrative non deve avere voce in capitolo? Ma si rende conto il PD che una parte dei suoi elettori, quelli sotto i 35 anni, ci crede veramente a questa storia del “democratico” nel nome del partito, perché è nato DOPO, è nato quando non c’erano più ideologie forti, forme e contenitori in cui identificarsi in modo aprioristico?
Piaccia o no, ci si rammarichi o no, è così.
Ci vogliamo parlare con questi elettori o no? Abbiamo fatto un partito aperto (anche) per loro e poi ci stupiamo che votino i candidati di SeL?”

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