MR ha poco più di trent’anni, la stessa età che era servita all’imperatore adriano per conquistare non solo il senato ma, nel giro di pochi anni, buona parte dell’oriente.
A suo svantaggio, rispetto all’epoca romana, che conosce alla perfezione perché è una storica dell’arte, c’è, ora come allora, la questione di genere, perché MR è appunto una donna.
E poi un sacco di altre questioni storiche e sociali.
MR ha infatti la sfortuna di essere nata in Italia, alla fine degli anni Settanta (quelli in cui chi avrebbe potuto andarsene avrebbe dovuto farlo) e di crescere in un paese che in poco più di un trentennio si è mangiato tutto quello che era stato accumulato, compreso il futuro dei suoi figli. MR ha vissuto come tanti, come molti, senza particolari agi, ma con stimoli culturali e affetti parentali sani, un senso morale di rigore e di merito, entusiasmo e bellezza, negli occhi, ancora prima che nel corpo. Dalle passioni familiari ne è nata un’altra, quella per l’arte, per le tele, i dipinti, la forma.
Però tutte queste cose che sa e che ha imparato le racconta agli amici, e basta. Perché dopo un cammino scolastico tortuoso (quasi fatto apposta per una critica sinistrorsa al sistema: insegnanti incapaci, sottovalutazione del talento, consigli mal dati, incompetenza), la formazione universitaria sempre in corso di aggiornamento, centinaia di CV e colloqui, MR ha avuto accesso all’ambito baratro della disoccupazione. “Fine pena mai”.
E allora quando hai trent’anni e i tuoi amici si sposano, e tu non ti puoi permettere una pizza, un libro, un cinema, e ti senti pure lo sfigato dei film di sinistra e dei discorsi di Bertinotti che magari voti pure, alla fine, ti sale dentro come una rabbia muta, come un rancore per la vita che non sai come colmare. Così quando arriva l’occasione di riaccendere il futuro, non importa da quale parte arriva, da quale prospettiva te lo fanno guardare, e quali altri sogni e forze ti vengano tolti. La voglia di avere un occasione per ricominciare a sognare è troppo forte.
MR ora ha un lavoro.
Fa parte di quel popolo muto dei servizi al pubblico, settore automobilistico, autostrade.
Lavora in un casello. In mezzo al traffico, “Sì, dove è entrato? 1,90 grazie, per Milano la prima a destra”.
Perché lo racconto?
Perché il suo contratto grida vendetta. Così come i motivi per cui lo ha accettato, e i motivi per cui esistono contratti così, e l’assenza di alternative. E perché MR, che è una storica dell’arte, lo ha firmato perché significa poter riaccendere la speranza di un futuro.
E una società che baratta i sogni dei suoi cittadini con la sopravvivenza non è una società in cui si può essere contenti di vivere.
Il contratto di MR prevede che le sue mansioni siano svolte part-time, 800 ore l’anno, non di più che tanto non gliele pagano. Come lavoratore part-time, deve colmare le assenze dei dipendenti full-time, che lavorano secondo lo schema 4+2, su tre turni, per assicurare sempre il servizio. Questo significa che se i turni di riposo degli altri da colmare si collocano in modo continuativo (poniamo il caso: dalle 13 alle 21 il primo giorno, dalle 21 alle 5 il secondo giorno, e dalle 5 alle 13 il terzo giorno, e dalle 13 alle 21 il quarto giorno… ti capita di non dormire per tre giorni di fila (= di lavorare 3 giorni di fila). Ma questo sul contratto non c’è scritto.
In ogni caso, questo trattamento “sempre a disposizione” funziona senza possibilità di eccezione in due periodi dell’anno, quelli a massimo tasso di passaggi autostradali: le vacanze. Dal 15 dicembre al 15 gennaio e dal 15 giugno al 15 settembre, per contratto, non ci sono eccezioni che tengano. A febbraio e a ottobre il contratto prevede invece il divieto di lavoro. Proprio così. Ma non per tutti. Ognuno ha il suo mese di turnazione. C’è da sperare di non innamorarsi mai di un collega, altrimenti meglio comprarsi un bel album di foto…
Gli altri mesi sono ad impegno programmato, ma con richiesta esplicita di disponibilità su chiamata, senza possibilità di recesso. Vuol dire che lavori di default 3 giorni a settimana, il we ovviamente (e non ci sarebbe niente di male, per carità), salvo massima reperibilità per poter essere inserito alla bisogna nei canonici turni 4+2, come nei mesi obbligatori.
E le ferie, e lo metti per iscritto, non si possono prendere mai durante le feste (degli altri). Cioè, non è che si fanno i turni. Proprio mai mai. I giorni te li assegnano di default dall’alto e basta.
Il resto, è lavoro. Bello, non so; Brutto, abbastanza, a pensarci: operai del servizio, operai della parola, operai spersonalizzati che la gente chiama “gli omini del casello”, quasi una categoria a parte. 1000 passaggi al giorno, 1000 gesti identici, 1000 frasi automatiche. E se poi non sei ancora fiaccato da quello che fai, bisognerebbe poter approfondire come lo fai, tra l’arroganza di sconosciuti e dei potenti (lei non sa chi sono io? si lo so, ma se non paga lo devo fare io, perché la sua tessera è scaduta… e io non lo posso fare), prepotenza (tieni sti soldi! manco fosse tua l’autostrada),ignoranza, volgarità (che fai lì che è sabato sera? non c’è nessuno che ti scopa?)… qualche raro gesto di gentilezza, la classica perla nel fango.
….
“Però mi pagano”. e che cavolo, MR, non ti dovevano nemmeno pagare?
È questo che ammazza l’entusiasmo. Quello che sento ripetere da tutti quelli che un lavoro ce l’hanno e se lo tengono stretto: “io sono fortunato, anche se mi trattano male, anche se ledono i miei diritti, anche se vi devo rinunciare”.
È la logica del “ringrazio perché il calcio sui denti lo danno a me e non a un altro”.
È la logica della frammentazione dei lavoratori che è prima di tutto frammentazione dei singoli, del senso di solidarietà tra pari, e pure tra dispari.
Ognuno per sé, come monadi. Ciascuno per sé, da soli, che forse è meglio, e tutti per nessuno.
La precarietà è anche questa.