Caro Bartleby,
forse non Lenin, ma Marx un po’ sì, aveva ragione. Con il dovuto rispetto e i debiti paragoni.
Io sono uno di quei giovani cervelli impiegato per elaborare progetti, scrivere, organizzare eventi, pianificare libri, coordinare lavori, fare in modo che tutto funzioni per benino.
Io credo che il mio cervello sia una di quelle cose che non si possono quantificare come le pagine, i byte, i visitatori, i partecipanti, ma che sono ugualmente importanti: sono il grado zero che sta prima delle cose.
Sono, se mi concedi il termine, il valore aggiunto e immateriale, che non è solo mio ma è quello di tutti quei cervelli che fanno i lavori che si chiamano i lavori intellettuali (spesso anche intermittenti e precari) di cui hai parlato anche tu qualche tempo fa.
Ecco, io credo che questi cervelli, lo scambio di idee che sta dietro la realizzazione delle cose, costituiscano il plusvalore della cosiddetta cultura.
Non ci sono libri, eventi, film, conferenze, siti internet, senza cervelli.
Allora io vorrei fare una campagna per salvare questi cervelli, quelli più belli e quelli meno belli, che non sono belli solo perché ancora non hanno avuto la possibilità di esserlo, o perché hanno paura che poi si devono spegnere e allora tanto vale farlo prima, da soli.
Io vorrei salvare i cervelli che già ci sono perché mi sembra che così possano continuare a vivere anche i libri, i progetti, le conferenze, i siti, gli eventi, le storie.
E cosa si può fare per salvare questi cervelli?
Io non lo so, perché ognuno deve fare il proprio lavoro e così sarebbe già qualcosa.
Ma se non si può fare niente di diverso rispetto a quello che succede ora, io proporrei di chiudere un po’ l’italia.
Non per tanto, ma per quanto basta.
Ci rintaniamo tutti a fare le cose concrete che servono, gli orti, il pane, le case, i ponti, i maestri.
Poi quando ci saremo rincuorati, quando saremo di nuovo capaci, quando avremo di nuovo voglia e tempo e spazio e valore da dare alla cultura, potremo riaprire l’italia e finalmente farla vivere.