Aveva ragione Marx

Caro Bartleby,
forse non Lenin, ma Marx un po’ sì, aveva ragione. Con il dovuto rispetto e i debiti paragoni.
Io sono uno di quei giovani cervelli impiegato per elaborare progetti, scrivere, organizzare eventi, pianificare libri, coordinare lavori, fare in modo che tutto funzioni per benino.
Io credo che il mio cervello sia una di quelle cose che non si possono quantificare come le pagine, i byte, i visitatori, i partecipanti, ma che sono ugualmente importanti: sono il grado zero che sta prima delle cose.
Sono, se mi concedi il termine, il valore aggiunto e immateriale, che non è solo mio ma è quello di tutti quei cervelli che fanno i lavori che si chiamano i lavori intellettuali (spesso anche intermittenti e precari) di cui hai parlato anche tu qualche tempo fa.

Ecco, io credo che questi cervelli, lo scambio di idee che sta dietro la realizzazione delle cose, costituiscano il plusvalore della cosiddetta cultura.
Non ci sono libri, eventi, film, conferenze, siti internet, senza cervelli.
Allora io vorrei fare una campagna per salvare questi cervelli, quelli più belli e quelli meno belli, che non sono belli solo perché ancora non hanno avuto la possibilità di esserlo, o perché hanno paura che poi si devono spegnere e allora tanto vale farlo prima, da soli.
Io vorrei salvare i cervelli che già ci sono perché mi sembra che così possano continuare a vivere anche i libri, i progetti, le conferenze, i siti, gli eventi, le storie.

E cosa si può fare per salvare questi cervelli?
Io non lo so, perché ognuno deve fare il proprio lavoro e così sarebbe già qualcosa.
Ma se non si può fare niente di diverso rispetto a quello che succede ora, io proporrei di chiudere un po’ l’italia.
Non per tanto, ma per quanto basta.
Ci rintaniamo tutti a fare le cose concrete che servono, gli orti, il pane, le case, i ponti, i maestri.
Poi quando ci saremo rincuorati, quando saremo di nuovo capaci, quando avremo di nuovo voglia e tempo e spazio e valore da dare alla cultura, potremo riaprire l’italia e finalmente farla vivere.

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Non è un paese per giovani (che lavorano)

l’istat dice che un italiano su quattro è povero.
l’ocse dice che l’Italia è in basso nella scala del benessere, e che la felicità non è certo data dal PIL.
il censis dice – lo ha detto il suo direttore alla Commissione lavoro pubblico e privato della Camera – che il paese vive una emorragia di giovani: 2 milioni in meno di cittadini tra i 15 e i 34 anni negli ultimi 10 anni e una percentuale di lavoro fisso tra i 25-39enni pari all’11,5%.
Fincantieri intanto annuncia il taglio di 2551 posti di lavoro e progetta la chiusura di due stabilimenti.
Tremonti dice che “la crescita di questo paese certo non è sufficiente ma senza la tenuta del bilancio non ci sarebbe stata neanche questa insufficiente crescita”.

Dove sono i piani per rilanciare l’occupazione?
Quali sono i progetti per sostenere i giovani?
Quanti anni ci restano?

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«Somos l@s invisibles»

L’onda lunga africana potrebbe smuovere anche la sonnolenta Europa?
Per il momento, sono i giovani spagnoli ad essere scesi in piazza, a manifestare la loro stanchezza per una politica che non funziona più. Finiti gli entusiasmi per la rivoluzione Zapatero, si fanno i conti con il futuro che non c’è: gli invisibili escono dall’ombra, sfidando una democrazia stanca e mostrando i vuoti generati da malgoverno, stallo, decrescita, arroganza politica.
In spagna non ci sono tiranni da abbattere, né opposizioni da festeggiare. C’è un popolo che rivendica l’attenzione sui problemi reali e si riappropria di spazi collettivi, di modi con cui esprimere opinioni. C’è una società che cerca di rifondare il valore del voto e della partecipazione politica attraverso il rifiuto di forme incagliate, cristallizzate e lontane.
La gioventù spagnola, come osservano i commentatori, ha messo le mani sul presente, in attesa di riprendersi il futuro.
C’è ancora tanto da fare, ma la Spagna ci riguarda, eccome. Quanto dovrà passare perché il risveglio ci contagi?

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Italia pride

Ho letto il bell’articolo di Irene Tinagli, su La Stampa di oggi (lo trovate qui), che ci ricorda  quanto sarebbe importante per l’Italia dotarsi di una norma contro il pregiudizio omofobico, in analogia con quanto avviene in tutti gli altri paesi europei.
Irene dice che “le società democratiche si reggono sulle regole di convivenza civile che sono in grado di darsi e di far rispettare” e anche che “tali regole non sono immutabili” ma “legate ai bisogni e ai problemi che le società incontrano man mano che si evolvono e ai quali sono chiamate a dare delle risposte”.
E ho pensato a quanto sia semplice, la questione: i diritti sono sempre per tutti, mai contro qualcuno.

 

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Che sera stasera

e che la breccia si faccia boato.
brava milano!

 

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Futuro, memoria e segni

Dal Corriere della sera:

“Della Recherche di Marcel Proust, scritta tra il 1909 e il 1922, ci restano 75 volumi con i manoscritti e le correzioni, e quattro quaderni di note. Jonathan Littell ha scritto Le Benevole, dopo un anno e mezzo di ricerche a Mosca nel 2001, in 112 giorni; [...] molti altri scrittori della sua generazione sono andati ancora più in là avendo ormai dimenticato la carta: si scrive direttamente con un programma di videoscrittura, che non conserva traccia [...] delle correzioni e dei ripensamenti [...]. La letteratura sta diventando il regno eterno della bella copia. «Distruggendo la possibilità della memoria, ci stiamo preparando un futuro orfano di noi stessi» (Pierre- Marc de Biasi, direttore dell’Item (Istituto dei testi e dei manoscritti moderni).”

Caro scrivano Bartleby, cosa ne pensi?

 

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giardinaggio riformista

Prodi durante la presentazione del libro di Alessandro Barbano, “Dove andremo a finire”, interrogato sulle sorti dell’Ulivo, ha affidato il suo pensiero a una battuta: quanto più è ricco il patrimionio del defunto, tanto maggiori sono le liti tra gli eredi.
Aggiungerei, proseguendo nell’alveo semantico legato al simbolo di questo (accidentato) progetto riformatore, che per far crescere sani e forti gli alberi è necessario potare i rami secchi, eliminare le foglie morte, far respirare il fusto.
Se non si ha il coraggio di tagliare, anche sacrificando qualche piccolo germoglio, presto o tardi si condannerà la pianta intera a morire.
Ogni processo di crescita comporta lacerazioni, ma la natura insegna che per essere fecondi occorre essere in salute, vivi e forti.

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Figli di un dio minore

caro Bartleby,
ti scrivo a caldo perché stamattina mi sono svegliata con la notizia della morte di Vittorio Arrigoni.

In questi giorni in cui si ha paura ad aprire radio, giornali, web, social network per non affondare nei corpi dilaniati soffocati sacrificati che riempiono i nostri occhi prima ancora delle nostre coscienze, Vittorio si è aggiunto alla lista di chi se n’è andato mentre cercava una strada diversa.

Mi fa tanto effetto, perché siamo coetanei e perché la mia generazione che fa tanta fatica a trovare ragioni per cui farsi smuovere, oggi ha perso non solo un figlio minore, ma anche una battaglia sulla strada della pace e su quella del cambiamento.

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