Caro Bartleby,
so che, in qualche misura, ti aspettavi che scrivessi.
Oggi, dopo ieri, oggi perché sono giovane, oggi perché si sente di dover colmare vuoti.
Non so bene cosa dire, di nuovo o di intelligente.
Guardo dalla finestra e vedo parole che mi sommergono, parole che spiegano, giustificano, accusano, analizzano, fotografano.
Io non so bene cosa dire.
Provo con qualche pensiero semplice, perché spogliare i pensieri dagli orpelli è un esercizio di calviniana memoria che oggi assume quasi un senso etico.
Io posseggo solo una bicicletta. Mi serve per andare al lavoro, e per muovermi in città. Se mi avessero bruciato o rubato la bicicletta per protestare contro il caro degli affitti, la violazione dei diritti degli omosessuali, la pena di morte e la soppressione della libertà di parola in qualche parte del mondo posso dire che non sarei stato per nulla felice.
Mio padre possiede una auto. Se per protestare contro i tagli alla scuola, il razzismo nelle banlieues parigine o la situazione drammatica delle miniere della provincia sarda di Iglesias gli avessero distrutto la carrozzeria bruciando i copertoni e infrangendo i vetri con i sanpietrini, posso dire che non sarebbe stato felice, e non lo sarei stato neanche io.
Io lavoro in una azienda al primo piano. Se per manifestare la solidarietà alle vittime della violenza, il sostegno ai precari di tutto il mondo o la carenza strutturale degli asili nido nei quartieri delle nostre città mi avessero oggi rotto tutte le finestre, distrutto i computer e reso inagibile per giorni l’ufficio, mi sarei sentito una vittima aggiuntiva del sistema, non un colpevole.
E tutto questo non perché sono propietario di qualcosa, perché ho un lavoro, o perché conduco una vita non benestante, ma nemmeno proletaria. Ma perché questi gesti tradiscono i fini per cui sono stati agiti, i valori che li hanno animati, i diritti che sono stati violati e rivendicati. Perché sono contrari alla convivenza civile e ai processi democratici, perché la violenza è codardia e infamia, perché il coraggio è rispondere delle proprie idee e non sfondare la testa degli altri inculcando le proprie, dolori e problemi compresi.
Però io penso anche che 200.000 persone sono scese in piazza, e lo hanno fatto per un motivo. E di questo motivo occorre parlare.
Queste persone sono scese in piazza per chiedere quali sono le idee con cui si guiderà l’uscita dal buco nero in cui siamo caduti. Per sapere quali sacrifici dovranno affrontare e perché e fino a quando. Per dire ai propri figli che non tutto è perduto e ai propri padri che non sono privi di spina dorsale. Per dire anche che non sono d’accordo, che non è questo il modo e il mondo in cui vogliono vivere, né quello che vogliono lasciare. Perché pensano che uno sviluppo fine a se stesso non sia necessariamente una scelta che si sentano di condividere, perché vogliono finalmente e primariamente riprendersi i luoghi della cittadinanza: vie, piazze, palazzi, città, istituzioni per rimetterle al centro, al centro di un percorso democratico.
Ecco io penso che di questo si dovrebbe parlare. Condanniamo la violenza sciocca, che fa male alla democrazia perché sposta il cuore del problema dove non c’è soluzione.
Liberiamoci di se e ma, liberiamoci dei distinguo, ma facciamolo in fretta e poi riprendiamo a parlare di queste altre centinaia di migliaia di persone e dei loro motivi.
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