Uno, nessuno, duecentomila

Caro Bartleby,
so che, in qualche misura, ti aspettavi che scrivessi.
Oggi, dopo ieri, oggi perché sono giovane, oggi perché si sente di dover colmare vuoti.
Non so bene cosa dire, di nuovo o di intelligente.
Guardo dalla finestra e vedo parole che mi sommergono, parole che spiegano, giustificano, accusano, analizzano, fotografano.
Io non so bene cosa dire.
Provo con qualche pensiero semplice, perché spogliare i pensieri dagli orpelli è un esercizio di calviniana memoria che oggi assume quasi un senso etico.
Io posseggo solo una bicicletta. Mi serve per andare al lavoro, e per muovermi in città. Se mi avessero bruciato o rubato la bicicletta per protestare contro il caro degli affitti, la violazione dei diritti degli omosessuali, la pena di morte e la soppressione della libertà di parola in qualche parte del mondo posso dire che non sarei stato per nulla felice.
Mio padre possiede una auto. Se per protestare contro i tagli alla scuola, il razzismo nelle banlieues parigine o la situazione drammatica delle miniere della provincia sarda di Iglesias gli avessero distrutto la carrozzeria bruciando i copertoni e infrangendo i vetri con i sanpietrini, posso dire che non sarebbe stato felice, e non lo sarei stato neanche io.
Io lavoro in una azienda al primo piano. Se per manifestare la solidarietà alle vittime della violenza, il sostegno ai precari di tutto il mondo o la carenza strutturale degli asili nido nei quartieri delle nostre città mi avessero oggi rotto tutte le finestre, distrutto i computer e reso inagibile per giorni l’ufficio, mi sarei sentito una vittima aggiuntiva del sistema, non un colpevole.
E tutto questo non perché sono propietario di qualcosa, perché ho un lavoro, o perché conduco una vita non benestante, ma nemmeno proletaria. Ma perché questi gesti tradiscono i fini per cui sono stati agiti, i valori che li hanno animati, i diritti che sono stati violati e rivendicati. Perché sono contrari alla convivenza civile e ai processi democratici, perché la violenza è codardia e infamia, perché il coraggio è rispondere delle proprie idee e non sfondare la testa degli altri inculcando le proprie, dolori e problemi compresi.
Però io penso anche che 200.000 persone sono scese in piazza, e lo hanno fatto per un motivo. E di questo motivo occorre parlare.
Queste persone sono scese in piazza per chiedere quali sono le idee con cui si guiderà l’uscita dal buco nero in cui siamo caduti. Per sapere quali sacrifici dovranno affrontare e perché e fino a quando. Per dire ai propri figli che non tutto è perduto e ai propri padri che non sono privi di spina dorsale. Per dire anche che non sono d’accordo, che non è questo il modo e il mondo in cui vogliono vivere, né quello che vogliono lasciare. Perché pensano che uno sviluppo fine a se stesso non sia necessariamente una scelta che si sentano di condividere, perché vogliono finalmente e primariamente riprendersi i luoghi della cittadinanza: vie, piazze, palazzi, città, istituzioni per rimetterle al centro, al centro di un percorso democratico.
Ecco io penso che di questo si dovrebbe parlare. Condanniamo la violenza sciocca, che fa male alla democrazia perché sposta il cuore del problema dove non c’è soluzione.
Liberiamoci di se e ma, liberiamoci dei distinguo, ma facciamolo in fretta e poi riprendiamo a parlare di queste altre centinaia di migliaia di persone e dei loro motivi.

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Lasciateci il diritto di sbagliare

Caro Bartleby,
da tempo non ti scrivo, preso da questo autunno caldo, per clima e per argomenti, vero capodanno sociale per la nostra malandata vita collettiva.
La fine dell’estate se n’è andata tra feste di partito, scioperi e polemiche, scandali e proclami al vento, finanziarie come se piovesse, riti stanchi di miss televisive e parlamentari, magliette e parole. Solo, tutto è un po’ più volgare.
Pensa che ieri, su un canale tv che riporta a galla le memorie di un passato che non è solo filmico (e che, inevitabilmente diventa di costume), insieme a un 386 e all’amorevole povertà immaginifica dei vecchi desktop, i baffi e le giacche d’altra foggia, spalline e occhialoni, è giunto alle mie orecchie un frame del tempo che fu: in un italica cella carceraria, un magistrato (donna – e rispettata) parla con un detenuto, un banchiere, incarcerato per falso in bilancio. Che tenerezza dolorosa.
Ma non ti scrivo, anche se la tentazione sarebbe forte, per piangere sul latte versato di questi anni. Di lacrime e sangue ce n’è già parecchio in giro, di questi tempi.
Voglio invece condividere con te una preoccupazione, crescente e ormai, sfiduciosamente, quasi giunta al culmine: l’assenza di speranza.
Qualcuno, tempo fa, ha parlato del bisogno di rivolta. Mi sa che dobbiamo aggiungercene un altro. Il bisogno di sbagliare.
Quello di cui io sento maggiormente la mancanza, in un momento dove la penuria diventa condizione esistenziale – perché per eliminazione crescente si procede, di speranza, lavoro, futuro – è infatti ancora più radicale. Io rivendico il diritto, della mia generazione, di commettere errori.

Il diritto di avere il proprio spazio, di assumere posizioni amministrative non svuotate ma centrali, di avere occhi e orecchie protagonisti e non subalterni in una politica che non deve essere nuova ma diversa. Il diritto di partecipare attivamente a processi decisionali senza replicare meccanismi di cooptazione, adesione, accettazione.
Il diritto di esserci senza sentirsi dire che prima, a lato, di fianco, ieri, di là era meglio.
Il diritto di provare come hanno potuto fare i miei coetanei lustri fa senza tema di essere accusati di pressapochismo, protagonismo, idealismo, nuovismo.

Non sai con che tristezza nel cuore accolgo la notizia delle ennesime (perché sono tante, come i rivoli di un partito che non riesce a darsi cinque idee cinque condivise da tutti) riunioni dei giovani del piddì, con tutto il valzer del vorrei ma non possiamo (veri o presunti che siano), i manifesti pieni di remore inconsce ancor prima che espresse, i tavoli di idee che non avranno mai fiato a sufficienza per trasformarsi in azione, di progetti pensati che non andranno oltre i blog virtuosi che ne nasceranno. Tutto questo sforzo non ha gambe, perché c’è timore reverenziale di una prassi da cui ci si sente esclusi ma che si continua a far vivere riconoscendole titolo e merito.

Caro Bartleby, non si tratta più di rottamare. Si tratta di azzerare un costume mentale che ha prodotto buchi peggiori di quelli lasciati sulla terra dai Tremors, e se hai memoria immaginifica e cinematografica te li ricorderai.
Perché questo costume non è solo di chi è fin troppo facile bersaglio di risate e ironia, di cinismo e sarcasmo.
Ma lo è anche di chi le risate le leva e le produce. Perché se solo questo ci è rimasto, se abbiamo solo i lazzi, se abbiamo come unica freccia l’idea – ahimè mai feconda – di avere ragione noi, e se ce la facciamo bastare, è colpa nostra. Anzi vostra.
Perché non potendo decidere nulla, svuotati progressivamente del diritto, del voto, del merito delle scelte e, in ultimo, persino degli errori, la responsabilità di questo scempio, io ve la rispedisco al mittente.

Non so se sia tardi o meno, ma certo, è troppo.
E se, per fortuna, ancora non è giunto il momento di assaltare i forni, c’è solo da ringraziare, perché un paese che si muove per disperazione non è un paese sano su cui si possa costruire. È un paese disastrato che si può solo azzerare in attesa di un altro, ennesimo, capopopolo che ci dirà dove dobbiamo andare.

Sai cosa voglio, invece, io, per il mio paese?
Voglio sindaci giovani che le maniche non le rimbocchino solo per i manifesti, voglio presenze operose, partiti sani senza porte che lascino aperte troppe correnti, voglio referendum di cui capisco il senso e rispetto per le decisioni, voglio un parlamento che decida perché io l’ho votato per questo, voglio una polizia di cui fidarmi e non di cui avere paura, voglio una scuola dove i genitori portano libri e non carta igienica, un’università dove i ricercatori sono il fiore all’occhiello e non merce di scambio per carriere stantie, voglio una festa del pd dove non si gioca a tombola, una televisione che mi informa, giornali che non parlano di televisione, voglio essere un lavoratore, voglio un asilo dove mandare mio figlio che sia meglio di quello privato, voglio il mio tempo, voglio esserci – se me lo merito e se ho qualcosa da dire – senza dover chiedere permesso, e voglio poter chiedere scusa, se dovrò farmi da parte.

Ma voglio il mio diritto di sbagliare.

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Meno uguali degli altri

Non sono un giurista.
Tantomeno un deputato.
Ma sono un cittadino che vive nella società, dentro i confini di questa italia di cui cerco di leggere le linee tortuose e i contorni sempre più sfumati in cui si muove il tessuto sociale.
E questo tessuto sociale mostra quanto spesso i comportamenti delle persone, virtuosi o meno virtuosi, siano lontanissimi da chi pensa di conoscerli, legiferandone la natura e le prassi.
E’ così da sempre, è così sempre, per la natura stessa delle cose: la legge fotografa e regola una sostanza multiforme e in trasformazione, così come la grammatica e la sintassi regolano la lingua mutevole sulla bocca dei parlanti.
Però sussistono degli ambiti, quelli che riguardano le persone nella loro sostanza di esseri viventi, in cui la legge non può permettersi di restare indietro.

Perché ci sono leggi che non servono solo per sanzionare comportamenti difformi, ma anche per tutelare chi ne resta vittima.
La legge serve anche a colmare dei vuoti, come quelli del buon senso e del vivere civile.

Perché avviene? Non lo so.

Non mi spiego perché, ma so che il cittadino ha bisogno di sentirsi dire che non può picchiare impunemente un vicino di casa senza pagarne le conseguenze, o che se lo fa perché il vicino è nero o ebreo, può incorrere in una pena aggiuntiva, che bilancia la folle convinzione che l’essere nero o ebreo sia di per sè una colpa intrinseca che giustifichi l’atto dell’aggressione.
Non mi spiego perché, ma so che il cittadino ha bisogno di sentirsi dire che se commette una infrazione o un reato in stato di ubriachezza, questa sua condizione verrà considerata una aggravante, e non una scusante: la legge lo ritiene un soggetto oltremodo irresponsabile, in barba a quel che pensa il branco.
Non mi spiego perché, ma so che il cittadino ha bisogno di sentirsi dire che le donne non devono essere discriminate per il fatto stesso di essere tali, o che hanno diritto ad avere trattamenti diversificati in conseguenza di una dispari, e ingiustificata, ripartizione di risorse e possibilità.
Non so perché il cittadino non sappia da sé queste cose, che costituiscono l’abc dell’uguaglianza, della tutela, del diritto.

Quello che so è però che tali provvedimenti esistono perché spesso colmano lacune legislative, aberrazioni  interpretative, inspiegabili ingiustizie.

La legge funge da correttivo, impone ordine e tutela dove l’uomo, per motivi che sarebbe lungo indagare, ha scelto di ignorare certe verità circa il diritto di tutti a vivere dignitosamente.

È con stupore, dunque, che ho colto la notizia con cui il parlamento ha respinto il provvedimento anti-omofobia presentato alla Camera da un gruppo di deputati, finalizzato a integrare la norma esistente. Vale a dire, cioè, finalizzato all’inserimento, tra gli atteggiamenti punibili dalla legge, oltre a quelli compiuti in virtù dell’odio razziale e religioso, anche di quelli ispirati e compiuti in ragione di un odio transfobico e omofobico.

E non perché i deputati abbiano ritenuto che questa giusta riprovazione albergasse come norma morale certa in ciascun cittadino italiano, ma perché l’accogliemento di tale norma, e il conseguente allineamento del paese alla condotta di molti altri Stati europei, avrebbe significato, così hanno spiegato, mettere in giudicato i presupposti di costituzionalità che devono essere sempre insiti in una norma.

Cosa significa? Che i nostri deputati, nel prendere quella decisione, hanno ritenuto che il diritto di qualcuno, espresso in forma tutelativa sarebbe potuto andare a detrimento del diritto di altri; che alcuni cittadini italiani sarebbero potuti diventare, in virtù di questa tutela, dei soggetti privilegiati gli occhi della legge.
In altre parole, essendo gli uomini tutti uguali, un tale provvedimento avrebbe leso, per assurdo, il diritto del picchiatore razzista e omofobo, impedendogli l’esercizio pieno della sua facoltà di espressione di pensiero e opinione con parole e atti, anche criminosi.
Che gay e lesbiche vengano aggredite senza privilegi, dunque. Come tutti gli altri. Uguali fino in fondo, anche, e soprattutto, nell’assena di diritti.

***
Da cittadino di uno Stato di diritto, sono profondamente scoraggiato da questo arretramento sociale, che sembra ignorare il semplice postulato che sta alla base della concessione di un diritto: il fatto, cioè, che esso non si eserciti mai a detrimento di qualcuno ma a vantaggio di tutti, sempre.

Da cittadino italiano, sono sconcertato e accasciato dalla sensazione che nessuno di questi deputati sia mai stato davvero nell’italia su cui legiferano.
Mai stati allo stadio, per esempio. Mai in una corsia d’ospedale; alla posta, a una riunione di condominio, in coda al supermercato, al casello, in spaggia, al bar. Nessuno pare avere mai frequentato gli atri delle scuole dei propri figli, i vicini di casa, i propri simili in un qualunque contesto collettivo.
Nessuno sembra avere mai ascoltato la TV. Nessuno sembra aver mai fatto caso al fatto che “frocio, checca, lesbica, cupio, culattone” facciano ormai parte integrante del repertorio degli insulti comuni, sdoganati persino in contesti ufficiali da pessimi rappresentanti dello Stato.
Nessuno pare essersi accorto di quanto radicato sia l’odio verso il diverso, nessuno si è preso la briga di provare a capire quali siano le origini di questa incapacità di convivere insieme valorizzando le differenze, quali siano e come si alimentino le sacche di paura, in quale punto e perché si sia interrotto il cammino vituoso, come mai l’identità sessuale e quella di genere siano tornate ad essere oggetto di contesa, congiuntamente a molti dei diritti che pensavamo acquisiti, assodati, condivisi.

Dove e quando abbiamo perso di vista le finalità collettive dell’azione legislativa, la possibilità di salvaguardare le regole del vivere comune e il rispetto delle possibilità di convivenza civile?

Perché l’Europa non ci richiama seriamente?
Quando ciò che oggi ci appare come l’obiettivo di una lotta coraggiosa potrà essere la normalità?
Quando saremo un paese maturo e plurale, finalmente?

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Le alleanze si decidono sui temi

Ricevo e pubblico questa lettera (e aggiungo che sarebbe bello se potesse arrivare davvero alle orecchie del segretario e degli organi dirigenziali del PD…):

Caro Bartleby,
per me il PD dovrebbe decidere le sue strategie di apparentamento sulla base dei temi e non solo dei numeri.
Per fare questo, occorrerebbe che fossero definiti bene, o addirittura a volte dovrebbero essere individuati proprio.
Perché il 2013, il 2020, il futuro è già oggi e noi abbiamo bisogno di buone idee da subito.
Quali sono i temi con cui il PD cercherà potenziali alleati per il suo progetto di paese?
E se non sono questi, quali sono?

Diritti delle persone

io PD voglio far diventare prassi consolidata il riconoscimento delle unioni civili, a prescindere dal sesso, in tutte le regioni
chi ci sta?

io PD voglio che l’omofobia diventi perseguibile come condotta anticostituzionale, e che l’omosessualità cessi di essere considerata una patologia.
chi ci sta?

io PD voglio che ciascun individuo sia chiamato, per legge, a esprimere un suo insindacabile parere circa le condizioni del termine della sua esistenza, e che nessuna legge possa imporre decisioni che violino la volontà dei singoli.
chi ci sta?
….

Lavoro, impresa, occupazione
io PD voglio che il lavoro nero e il lavoro non retribuito vengano denunciati, sanzionati, contrastati duramente.
chi ci sta?

io PD voglio che le donne e gli uomini siano concessi per legge congedi parentali retribuiti in modo equo e per periodi di tempo congrui, in modo tale che non risulti sconveniente, né per l’uomo né per la donna, decidere di goderne.
chi ci sta?

Io PD voglio che le aziende operino in modo da individuare strumenti per sostenere la conciliazione tra lavoro e obblighi familiari (orari flessibili, asili aziendali ecc.).
chi ci sta?

io PD voglio che ai giovani venga offerto un contratto a tempo determinato o indeterminato, che venga disincentivato il lavoro precario attraverso maggiori oneri fiscali per le aziende, contrariamente a quanto succede oggi e che contestualmente le aziende possano essere liberate dall’onere della gestione dell’interruzione del rapporto di lavoro e del periodo di passaggio tra una occupazione e l’altra, facendo in modo che torni allo Stato, inteso come sistema di welfare, tramite incentivi alla formazione continua e a strategie di ricollocamento.
chi ci sta?

Ambiente
io PD penso che ogni comune debba essere messo in grado di smalire autonomamente i rifiuti, che debba essere incentivata e premiata la raccolta differenziata, che si investa in modo strutturato e pubblico e non solo come azione promossa da privati, nelle energie alternative
chi ci sta?

Istruzione
io PD voglio che la scuola pubblica torni al centro di un cospicuo programma di finanziamento, che agli insegnanti vengano offerte possibilità concrete di aggiornamento, che la scuola privata non riceva fondi statali.
chi ci sta?

Riorganizzazione dello Stato
….

Innovazione

Integrazione

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Il PD che non comunica

La massiccia partecipazione referendaria, in particolare per i quesiti sull’acqua e sull’energia, ha messo in luce la volontà della maggioranza del paese di  rimettere al “centro del piatto” l’individuo, il cittadino, la persona, con i suoi bisogni inalienabili.
Questo bisogno di far sentire la propria voce è per certi versi anche scevro dal senso del voto espresso: l’acqua, per dire, è e sarebbe restata pubblica in ogni caso; ad essere state rigettate, se guardiamo meglio, sono state le logiche sottese, la massimizzazione economica (sotto forma di pericolo percepito) di beni sentiti come personali (e come tali, sorprendentemente pubblici!).  In senso più generale, viene criticato il prevalere della economia sulla politica, l’ingerenza che ha invaso sia ambiti di vita pubblica sia spazi di vita privata. Questa dipendenza della politica dall’economia ha probabilmente contribuito anche a svuotare la politica stessa del suo senso, programmatico, e la democrazia dal suo, che non è solo quello procedurale, ma anche di garanzia per la libertà delle persone che tramite la politica decidono del loro destino, come ricorda oggi Reichlin.
È emerso un forte bisogno di politica, di ritorno alla politica, di forme anche nuove di politica.

Ma questo voto, così come quello delle amministrative, è stato letto (vorrei dire “invece”, ma forse è più corretto dire “anche”) come segnale di una volontà di cambiamento del paese. Sia a livello nazionale, tramite la sonora bocciatura di istanze, temi e candidati espressione del governo attuale; sia a livello procedurale, con la messa in discussione di modalità di gestione della politica percepite come “vecchie”, tramite la scelta di candidati esterni ai partiti, in attrito con essi, o con voti discordi rispetto alle linee ufficiali degli schieramenti di appartenenza o ancora con il ricorso ad aggregatori nuovi, più fluidi, più sintetici che la politica tradizionale fatica anche solo ad inseguire.
Questo secondo aspetto riguarda in modo particolare il centrosinistra, PD in primis.Quello che emerge è dunque un quadro complesso e delicatissimo.

Da un lato c’è stata l’emersione di una volontà popolare forte, quanto meno rispetto al passato. Quella che è stata etichettata con il nome di “popolo dei referendum”, la cui chiamata a raccolta è avvenuta secondo canali tutti interni alla società e tutti esterni alla politica tradizionale: social media, tam tam, incontri di piazza, campagne di pubblicità, web. Il messaggio comunicato per coinvolgere è stato semplice, diretto, chiaro. Forse anche eccessivamente semplificato, ma sicuramente efficace.

Dall’altro lato c’è stata, e c’è soprattutto adesso, una galassia politica, quella del centrosinistra, percorsa da fremiti di cambiamento ma nello stesso tempo frenata da paure e timori di un domani tutt’altro che roseo e di scelte dolorose che dovranno essere compiute.

I leader dei partiti a margine del PD, IdV e Sel, sono al momento più inclini ad accogliere quello che sembra essere il mandato proveniente dalle piazze, o perlomeno ad interpretarne la volontà di riscatto, di ripartenza, di nuovi quadri, squadre, dinamiche, sfide… di elaborazione di soluzioni diverse.
I leader e la classe dirigente del PD vivono invece un imbarazzante disagio, che si esprime in un empasse procedurale che risuona con orrore nelle orecchie di buona parte degli elettori. La ponderatezza e la preoccupazione per le scelte che saranno da compiersi in un futuro prossimo vengono tradotte da questi ultimi come un rifiuto dell’onda energica proveniente dal “basso”; peggio ancora, intravedendo in questa “tepidezza” una delegittimazione del proprio coinvolgimento, fino a poche settimane fa nemmeno sperato; delegittimazione che tra l’altro, potenziata dal fiume emotivo ancora in piena nei movimenti che percorrono le vie del paese nella scia di queste campagne, rischia di ritornare come un boomerang ancora più devastante sulla già scarsa capacità comunicativa del PD, intento da tre anni ad elaborare progetti e strategie che non riesce a comunicare.

Il punto da cui provare a ripartire, perlomeno a ragionare, sembra essere proprio qui, in questa incomunicabilità. Chi vota non capisce le decisioni di chi ha votato. Chi è stato votato, ritiene che i problemi siano tanti e tali da non potersi permettere di ascoltare la voce di chi solleva dubbi e critiche circa scelte di cui non capisce il senso.

Se potessi rivolgermi a tutti i dirigenti del PD e a tutti i suoi elettori, oggi mi piacerebbe chiedere: “Perché chi decide pensa che non valga la pena spiegare e chi non capisce pensa che non valga la pena chiedere?”

Perché le ragioni di una classe dirigente che deve comporre il complesso quadro delle istanze collettive per il bene comune non trovano posto, valore e significato condiviso in chi è chiamato a sostenere questa direzione e perché le ragioni di chi è fondamentale per la riuscita di un progetto politico, tramite il suo voto, percepisce come costantemente depotenziata la sua voce?
È venuto meno è il canale di contatto dentro cui esprimere un messaggio che possa essere biunivoco, comprensibile in entrambe le direzioni, da chi lo pronuncia e da chi lo ascolta.

Una certa parte della sinistra, del PD soprattutto, parla una lingua che non trova spazi e che ha smarrito i codici.
Usa una comunicazione afona, che non conosce e non governa più le logiche del dialogo possibile.
Il rischio del perdurare di suoni muti è altissimo.
Ma la posta in gioco per questo paese, per il futuro della sinistra, per un progetto riformista che si impegni a fornire risposte difficili, non è egualmente alta per rischiare di spazzare via tutto?

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Libertà è partecipazione

Caro Bartleby,
questa tornata referendaria ha restituito ai cittadini il senso della partecipazione alla cosa pubblica, su temi sentiti come propri.
L’accento messo sul voto, sull’importanza del recarsi alle urne come atto non alternativo alle attività anche più ludiche (andare via, andare al mare, andare ovunque tranne che nei seggi per usare l’assenza come arma a sostegno del “no”) segna la differenza rispetto alla esperienze degli ultimi anni, in cui l’abuso del mezzo referendario, l’incomprensibilità dei quesiti, il senso di disillusione dovuto alla percezione di non contare nulla, avevano provocato un ripiegamento progressivo nel privato, vissuto come unica alternativa, anche polemica, al pubblico e soprattutto al politico.
Qualcuno dice oggi che la vittoria di questa sfida, riavvicinare gli italiani al processo democratico, sia una vittoria senza padri, mentre la sconfitta pare averne molti.
Il dato che a me sembra di rilevare è che i cittadini si sono mossi in modo autonomo, si sono ripresi spazi di discussione, ne hanno trovati e creati di nuovi: facebook, blog, video, campagne virali, slogan che spesso hanno rovesciato le paure degli altri, le parole degli altri, mostrando in modo beffardamente e intelligentemente ironico il loro lato grottesco, svuotandole del loro peso e facendole risplendere per quello che erano. Bluff elettorali e timori antichi.
Oggi qualcuno vorrà capitalizzare la vittoria per dire che il vento è cambiato, che il paese può avere un’altra chanche, che esiste una alternativa.
Il voto di questo referendum dice che questa alternativa deve essere costruita insieme con, a partire dalla espressione popolare che ritrova, non rivendica, il suo bisogno di partecipare, di prendere parte.
Il fatto che per anni si siano riposte paure e speranze, idee e progetti, nelle mani solo di una classe politica dirigente e professionista, a destra come a sinistra, non ha pagato in termini di radicamento di buone prassi, di fiducia, di aggregazione civica nei contenitori costituiti dai partiti.
Non so interpretare il cambiamento, non so dire se la democrazia partecipativa debba diventare un metodo da replicare in ogni consultazione. non so nemmeno se questo bisogno di esserci si possa tradurre nuovamente in formule di leaderaggio, perché per essere leader occorre sapere vedere prima, vedere in profondità e vedere meglio.
Quello che credo sia importante sottolineare, tuttavia, è che sia imprescindibile ripartire da questo segnale forte arrivato dai cittadini, di destra e di sinistra, che si sono ripresi la propria voce.
Per dirla come si legge un po’ provocatoriamente nei blog, oggi, abbiamo fatto gli italiani, adesso facciamo l’Italia…

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La speranza non si compra

“Sappi, amico mio, che quand’anche tu mi dessi una borsa piena di zecchini, e che questa borsa fosse in una ricca scatola, e che questa scatola fosse in un prezioso astuccio,questo astuccio in uno splendido cofanetto, questo cofanetto in un elegante salottino, questo salottino in una camera magnifica, questa camera in un comodo appartamento, questo appartamento in un fastoso castello, questo castello in una impareggiabile cittadella, questa cittadella in un’isola fertile, quest’isola in una provincia opulenta, questa provincia in un florido regno, questo regno in tutto il mondo; e se anche tu mi regalassi il mondo dove fosse questo florido regno, questa provincia opulenta, quest’isola fertile, questa impareggiabile cittadella, questo fastoso castello, questo comodo appartamento, questa magnifica camera, questo elegante salottino, questo splendido cofanetto, questo prezioso astuccio, questo ricco scrigno, dove fosse chiusa la borsa piena di zecchini, non me ne importerebbe nulla del tuo denaro, né di tutto questo”.

— Molière

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La vittoria di De Magistris

Luigi De Magistris ha vinto le elezioni di Napoli.
E’ la più bella vittoria contro tutti i pronostici, contro tutti i dubbi, contro tutti i sì detti a bocca stretta.
Non credo, a differenza di quello che molti hanno paventato, che dopo questa vittoria Napoli sarà ingovernabile.
Credo, al contrario, che Luigi De Magistris saprà fare di Napoli quella straordinaria capitale che tutti i visitatori del Sei e Settecento ci invidiavano.
Lo farà con la sua forza di rottura di quel modo sbagliato di fare politica che ha governato la città in questi anni, creando una situazione fuori dal normale che ha costretto i suoi straordinari cittadini a “convivere” con i propri rifiuti. Lo farà facendo tornare il sorriso e la speranza ai giovani senza lavoro, agli anziani senza strutture di accoglienza, alle donne senza una reale parità, agli studenti senza una scuola e un’università degne di questo nome.
Lo farà perché il suo sogno deve divenire realtà e perché Napoli, più di Milano (mi si perdonerà il confronto) deve essere il vero segno di un cambiamento.
Napoli è il nostro Mezzogiorno, quella parte di terra straordinaria di cui si è fatto a gara a dir male e a raccontare la sua lenta, inesorabile fine.
Sarà quel Mezzogiorno, stretto intorno a De Magistris, che dovrà dimostrare a tutti di essere capace di reagire, di mostrare un modello alternativo di crescita, lontano dalla malavita e dalla finanza “facile”, dalla cementificazione e da un modello industriale sovvenzionato. Lo farà perché saprà dimostrare a tutti, ai cittadini del Nord come a quelli d’Europa che Napoli e il Mezzogiorno sono capaci di tutto, anche di accettare una sfida impossibile e vincerla. Perché la storia di Napoli, diceva Croce, è storia della nostra anima; e storia dell’anima umana è la storia del mondo.
Perché nelle donne e negli uomini del Mezzogiorno c’è una virtù antica, fatta di pazienza e di sofferenza, di gioia di vivere e di creatività, di accoglienza e di tolleranza.
Sarà da questa virtù che De Magistris saprà ripartire per creare un modello di crescita basato sulla valorizzazione dei beni comuni, sulla cultura, sul turismo. E sarà un modello di crescita a cui tutti guarderanno, facendo presto dimenticare le brutte pagine e le tristi storie che Napoli ha dovuto subire in questi anni.

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E se domani

Ma se accadesse…
Ma se accadesse che a Milano Giuliano Pisapia vincesse le elezioni?
Se accadesse che a Napoli Luigi De Magistris vincesse le elezioni?
Se accadesse che i leader della sinistra condividessero l’idea che è partendo da queste esperienze politiche “differenti” che è possibile riscoprire le proprie radici di movimento di massa, ricostruendo un legame tra la politica e la società?
Se accadesse che da domani ci si fermasse a pensare che i motivi di queste vittorie e di questi profondi cambiamenti non sono stati né scelte e alleanze politiche estremiste, né abili strategie “populistiche”, ma le capacità dimostrate da alcuni candidati di saper ascoltare e saper dialogare con le persone, la capacità di leggere il presente con categorie che cercano di elaborare una razionalità e un linguaggio differenti da quelli utilizzati dalla vecchia politica?
Ma se accadesse che a Roma la presidente della Regione Renata Polverini dichiarasse finita la sua esperienza di governo e cercasse di costruire un’alleanza di centro-destra capace di dare, ad una parte del paese, una speranza per la nascita di una forza moderata in grado di far dimenticare gli eccessi, le storture e i conflitti di interesse di chi in questi ultimi anni ci ha governato?
E se accadesse che un numero sempre maggiore di politici capissero che non si può più rinviare la riforma della legge elettorale per consentire ai cittadini di scegliere liberamente i propri rappresentanti?
E se accadesse che tutto questo si realizzasse per consentirci di giungere al prossimo appuntamento elettorale potendo finalmente scegliere tra programmi centrati sulla necessaria riforma morale della politica e delle istituzioni, su un reale contenimento dei costi della politica, sul lavoro, sulla crescita economica e sul rilancio della scuola pubblica, dell’università e della ricerca?
Se accadesse tutto questo sarebbe il modo più bello per festeggiare i 150 anni di Unità del nostro paese.

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